Questa estate sarei dovuto andare a trovare un caro amico che vive in campagna in Umbria, ma a causa di un contrattempo tutto è andato a monte poche settimane prima. Cosa fare, dunque, dei giorni a cavallo di Ferragosto, e con un margine ristretto di tempo per organizzarsi? Con un altro amico fraterno e compagno di avventure, dopo tutte le volte che davanti a un boccale di Schlenkerla ci siamo detti “Però, prima o poi, a Bamberga dobbiamo andarci”, trovare la risposta è stato piuttosto semplice. Abbiamo quindi organizzato in fretta e furia un itinerario di sette giorni e sei notti, tutto in treno: da Napoli a Milano, poi Monaco, Norimberga e dulcis in fundo, per l’appunto, Bamberga.

Prendere un treno notturno è un’esperienza che mi ha sempre affascinato e che consiglio a chiunque, io ci ho festeggiato due volte il compleanno e visto svariate albe in giro per l’Europa centrale. Stavolta però è stata un’odissea: più di tre ore e mezza di ritardo, l’impossibilità di carpire informazioni al personale, che parlava solo tedesco, persino una persona arrestata poco prima dell’arrivo nello scompartimento a fianco al nostro. Così le 7-8 ore che avevamo previsto di trascorrere a Monaco sono diventate poco più di 3, e per giunta sotto una pioggia battente.

L’ultima volta che ci ero stato, dieci anni fa, ero convinto che quella di Monaco fosse in assoluto la birra migliore del mondo, tanto che quando ho cominciato ad appassionarmi al mondo craft e a leggere libri e blog sul tema, scoprendo che molti esperti consideravano la sua scena birraria – prettamente industriale – piuttosto monotona e piatta mi veniva da pensare: ma guarda questi come sono snob, criticano le birre di Monaco… Ora devo dire che capisco di più quella posizione, anche se non rinnego niente, anche se spesso la birra che si serve in loco è una versione non filtrata e non pastorizzata, quindi al meglio delle sue capacità organolettiche. Come la Edelstoff bevuta all’Augustiner, che oltretutto, dopo 15 ore di treno e tutta la pioggia presa intorno a Marienplatz, aveva un non so che di rigenerante.

Di Norimberga, gioiellino dagli scorci molti suggestivi, non dirò molto dal punto di vista brassicolo. La vera meta del viaggio, da quel punto di vista, era indubbiamente la tappa successiva, per cui mi godevo più che altro la vista delle maestose chiese o del borgo medievale, cercando di scattare qualche foto decente e facendo mentalmente, non senza una certa emozione, il conto alla rovescia: mancano due giorni a Bamberga – manca un giorno a Bamberga – si va a Bamberga!

Ed eccomi finalmente nella città che sognavo di visitare dalla prima sorsata di rauchbier (che come altre prime volte non si scorda mai), ma che prima di allora, confesso, non avevo mai sentito nominare. Città davvero carina, con le sue dolci colline, i canali e un centro storico che è patrimonio UNESCO, ma siamo su un blog che parla di birra e quindi veniamo al dunque.

Innanzitutto, in alcuni dei birrifici storici della città è possibile pernottare, e a prezzi decisamente abbordabili. Noi siamo riusciti a trovare una stanza alla Brauerei Spezial ed è stata forse la parte più bella e divertente di tutto il viaggio. Guardandomi intorno, nella mia stanza come nella sala interna e nel biergarten, ho dovuto più volte trattenermi per non urlare “Fiiicooo!” col tono di voce alla Bart Simpson.

La prima birra che ho provato, subito dopo aver sistemato i bagagli nella stanza, è stata la Lager della casa, dalle note affumicate evidenti, ma meno aggressive rispetto alla Märzen che avrei assaggiato successivamente. Difficile stabilire la più buona delle due, difficile anche parlare freddamente di sensazioni olfattive, gustative e quant’altro, perché a Bamberga, al di là della qualità eccelsa praticamente di ogni boccale bevuto, ciò che conta davvero è l’atmosfera. Ci si siede a tavola dove c’è posto, a fianco agli altri avventori, e si viene subito coinvolti nei loro brindisi, nelle loro discussioni, talvolta cercando di comunicare a gesti. Il primo che ho incontrato era un tedesco di Colonia, con sua moglie, inglese, e altri loro amici, poi altri tedeschi, spagnoli e gli immancabili italiani. Quando a fine serata la birreria chiudeva tornavano tutti a casa, mentre a noi bastava salire al piano di sopra…

Immancabile ovviamente la visita alla Schlenkerla, probabilmente la rauchbier per eccellenza. Le loro birre ormai si trovano abbastanza facilmente anche in Italia, e da alcuni anni io e il mio amico abbiamo la tradizione di ordinare per Natale una serie di bottiglie direttamente dal sito, ma anche in questo caso l’atmosfera del locale rende la bevuta ancora più speciale, e la mescita a caduta, direttamente dalla botte, è il modo ideale per servire e gustare la famosa Märzen. Anche qui, inoltre, è presente una lager dall’affumicatura più delicata, mentre le birre più forti (personalmente adoro la doppelbock affumicata su legno di quercia) sono disponibili, purtroppo, soltanto nei mesi invernali. 

Così come un altro nome che mi incuriosiva e mi ero segnato sul taccuino, la Bambergator della Fässla – birreria dirimpettaia della Spezial – che tornerà solo a novembre. Una volta attraversata la strada ed entrato nel locale, ho ripiegato così sulla Zwergla, una dunkel dalle note tostate e caramellate, sedendomi a un tavolo in legno all’aperto e pianificando le mosse successive.

E sempre al biergarten della Spezial, un giorno che eravamo seduti a un tavolo con un vecchietto che teneva gli occhi fissi sul giornale, ma che di tanto in tanto alzava il suo boccale invitandoci a brindare con lui, mi si è profilata davanti l’inconfondibile sagoma di Manuele Colonna, in trasferta coi ragazzi dello staff del Ma che siete venuti a fà; salutarlo e parlare con lui di birre e di Franconia, anche se per pochissimi minuti, ha reso il viaggio (per buona parte progettato seguendo le sue dritte) ancora più completo.

Ma la serata più divertente è stata probabilmente l’ultima, alla Mahr’s Bräu, un po’ fuori mano rispetto al centro, ma consigliata da un altro amico anche per il cibo. In effetti è stata la cena migliore: una cotoletta impanata coi grani di malto utilizzati per il mashing (devo provarci anch’io la prossima volta), accompagnata da patate fritte e una salsina alla cipolla, e innaffiata con un primo, un secondo, un terzo (finché ho tenuto il conto, almeno) boccale di Ungespundet, la mitica keller rustica, opalescente e decisamente beverina. Al tavolo dietro il nostro si festeggiava chiassosamente un matrimonio, e con noi c’erano un simpaticissimo siculo-milanese con sua moglie, bamberghese DOC, che ci ha tradotto il menu e consigliato sulla scelta, confidandoci anche che la birra – per noi strepitosa – era ancora meglio ai tempi del padre dell’attuale mastro birraio, che l’ha resa troppo carbonata rispetto allo stile. 

Ci ha consigliato anche di andare alla Spezi-Keller, altro biergarten gestito dalla famiglia Merz della Spezial, che sorge su in collina, con splendida vista sulla cattedrale e su tutta la città. E così l’ultima tappa, il mattino seguente, è stata quella, e l’ultima birra prima del ritorno la Ungespundet della Spezial, effettivamente meno carbonata della Mahr’s, e forse anche un po’ più torbida, ma anche in questo caso è difficile indicare quale sia migliore. L’atmosfera, in ogni caso, era cambiata: la sera prima la convivialità, la festa, le risate, adesso la contemplazione del panorama, un po’ di stanchezza, la malinconia per la fine del viaggio.

 

Ma il viaggio non finisce, diceva Saramago. “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte”. E aggiungerei, bere quel che non si è ancora bevuto, e tornare a bere ciò che si è già bevuto.

Luca Atero

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Nella vita si occupa di libri, beve ottime birre, cerca di produrne di decenti, guarda il Milan e gioca col Lego.
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